EUCARISTIA

Dal greco eucharistia, il termine significa “azione di grazie, ringraziamento”. Nel cristianesimo indica la celebrazione cultuale centrale che commemora la cena, cioè l’ultimo pasto di Gesù con i suoi apostoli prima della sua morte. L’origine biblica di questa commemorazione si  trova nei racconti dei vangeli sulla cena (Mt 26,25-28;  Mc 14,22-24; Lc 22,15-20) e nella lettera di Paolo (1Cor 2,23-25).

Gesù, in quella cena, compì un rito ebraico di benedizione (beraka) del pane e del vino, cambiando il suo significato: in forza della sua benedizione il pane e il vino del banchetto sacro dei suoi discepoli diventano il suo corpo e il suo sangue offerti per la vita del mondo e per la riconciliazione dei peccatori. Questa liturgia eucaristica è attestata dai padri apostolici fin dalla fine del I° secolo e dall’ inizio del II° (Didachè, 9,1.5; sant’Ignazio di Antiochia, Lettera a alla Chiesa di Smirne, 7,1; 8,1; Lettera alla Chiesa di Efeso, 13,1; Lettera alla Chiesa di Filadelfia, 4,1).

Gli esegeti esitano sulla data esatta dell’istituzione dell’eucaristia. Secondo i vangeli sinottici fu istituita il giovedì sera, il quattordicesimo giorno del mese di nisan, cioè la vigilia del giorno della preparazione della Pasqua ebraica (Pesah). Secondo Gv 13,1 fu istituita nello stesso giorno della preparazione della Pasqua, cioè il 14 nisan, poiché la Pasqua ebraica comincia la sera dello stesso giorno.

Secondo il racconto dei sinottici sembra che Gesù abbia modificato la benedizione del pane che apre il banchetto pasquale e quella dell’ultima coppa di vino, indicando così la trasformazione e il nuovo significato di tutto il banchetto.

Il Vangelo di Giovanni attira l’attenzione non tanto sul rito quanto piuttosto sul simbolismo dell’agnello pasquale, immolato e mangiato, che è al centro del banchetto della Pasqua ebraica e che per i cristiani è un simbolo della morte redentrice di Cristo. Del resto Gv 13,5-15 usa la lavanda dei piedi per sottolineare il senso profondo dell’Ultima cena di Gesù con i suoi apostoli.

Nel medioevo la celebrazione eucaristica è stata chiamata missa (letteralmente, “inviata”, da cui il nome “messa”), termine comparso già verso il V-VI secolo, ma il cui significato esatto non è chiaro. Volendo attenersi scrupolosamente al Nuovo Testamento, i riformatori e le loro Chiese hanno preferito l’espressione “santa comunione”, “santa cena” o semplicemente il termine “culto”, poiché per loro il termine “messa” induceva a pensare a una moltiplicazione dei sacrifici eucaristici, in cui vedevano delle invenzioni medievali approvate dai papi.

In risposta alla Riforma, il concilio di Trento trattò dell’eucaristia come sacramento e comunione nella sua tredicesima  sessione, nel 1551, e della messa come sacrificio nella sua ventiduesima sessione, nel 1562.

Nel mondo protestante, nonostante la manifesta volontà dei riformatori, la celebrazione della cena perse il suo ritmo settimanale, diventando mensile e addirittura trimestrale.

La devozione eucaristica dei fedeli cattolici ripiegò allora sull’adorazione di Cristo nel santissimo Sacramento. Fu Pio X, nel 1905, con il suo decreto Sacra tridentina synodus, a ristabilire la comunione frequente incoraggiando la comunione dei bambini fin dall’età della ragione.

La costituzione Sacrosanctum concilium del Vaticano II, pubblicata nel 1963, ricollocò la celebrazione eucaristica al centro del mistero della Chiesa, stimolando al tempo stesso la pietà dei fedeli a riscoprire il significato, che era andato in gran parte perduto, dell’eucaristia come celebrazione della parola di Dio.