ORTODOSSIA

Nel territorio della nostra Parrocchia ci sono molti emigranti provenienti dalla Romania, dalla Bulgaria, dall’Albania e anche dall’Ucraina, e la maggior parte sono  di Religione Ortodossa.

Ma cos’è l’ORTODOSSIA?

Dal greco orthe doxa, “opinione corretta, giusta”, il termine indica la qualità di una dottrina conforme ai principi dei suoi autori. Nel caso del cristianesimo, l’ortodossia indica la fedeltà al messaggio di Cristo, trasmesso alla Chiesa dagli apostoli nelle sacre Scritture e nella tradizione. A partire del IV secolo l’ortodossia indica la dottrina dei concili ecumenici (ecumenismo) contrapposta a quella delle eresie.

Ortodossia è anche il nome dato alle Chiese orientali, in gran parte bizantine, che sono rimaste fedeli alla dottrina dei primi sette concili ecumenici (l’ultimo dei quali è quello di Nicea del 787, che pose fine all’iconoclasmo). Le Chiese ortodosse sono organizzate in base al modello che caratterizzava il cristianesimo nel primo millennio, la Pentarchia. Le Chiese locali, ognuna delle quali è presieduta da un vescovo, sono raggruppate in cinque Patriarcati (Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme) e in seno a questi ultimi in metropolìe o arcivescovadi. Questa organizzazione corrisponde ai canoni del concilio di Calcedonia (451) e dei successivi concili ecumenici.

Oggi le Chiese autocefale, cui tutte le altre Chiese ortodosse riconoscono il diritto all’autogestione, sono numerose: Patriarcati di Costantinopoli, Antiochia (per l’Asia Minore), Alessandria (per l’Africa), Gerusalemme (per la Palestina), Mosca per  la Russia, Serbia, Romania, Bulgaria, Georgia; arcivescovadi di Cipro, Atene e tutta la Grecia, Polonia, Albania, Repubblica Ceca, Slovacchia; metropolìa degli Stati Uniti e di tutta l’America.

Esistono anche Chiese autonome che dipendono spiritualmente da un Patriarcato, ma godono di autonomia giuridica: Chiese di Finlandia, Ucraina ed Estonia (l’autonomia di quest’ultima è contestata dal patriarcato di Mosca).

I concili locali, competenti per le questioni dottrinali, amministrative e giudiziarie, sono in  ciascuna Chiesa locale l’0rgano supremo di governo. Le Chiese autocefale e autonome possiedono anche un sinodo, assemblea permanente di vari vescovi eletti o membri di diritto, che amministra le materie riguardanti tutte le diocesi nell’intervallo fra due concili locali. Il concilio locale, come il sinodo, è presieduto dal primate della Chiesa locale, patriarca, arcivescovo o metropolita, vescovo della città principale.

I cinque Patriarcati del primo millennio del cristianesimo hanno conosciuto vari scismi e controversie: la questione del giorno della Pasqua e dell’accoglienza degli scismatici e degli apostati nella Chiesa del III secolo; l’eresia ariana nel IV secolo; l’eresia monofisita del V secolo; le volontà in Cristo nel IV secolo; la venerazione delle icone e le controversie dei patriarchi Fozio e Ignazio di Costantinopoli nell’VIII e IX secolo. Ma la rottura definitiva fra i Patriarcati orientali di Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme, da una parte, e la Chiesa di Roma, dall’altra, avvenne nel’XI secolo. Ma la rottura definitiva fra i Patriarcati orientali di Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme, da una parte, e la Chiesa di Roma, dall’altra, avvenne nell’XI secolo: nel 1054, il cardinale Umberto di Moyenmoutier scomunicò in nome di Papa Leone IX, che era appena morto, il patriarca di Costantinopoli, Michele Cerulario; il sinodo di Costantinopoli, da parte sua, scomunicò il cardinale e il suo seguito.

I principali motivi della discordia indicati nelle bolle di scomunica sono: il Filioque, aggiunta latina al Credo del Concilio di Costantinopoli del 381; l’aumento dell’autorità del Papa e le sue pretese di presiedere la Chiesa universale (gli ortodossi non hanno mai accettato l’idea che la Chiesa universale, nozione compresa molto diversamente in Oriente, possa avere un capo diverso di Cristo); questioni di minore importanza relative alle pratiche cultuali, al digiuno…

Lo scisma fra Roma e le Chiese orientali venne realmente consumato solo nel 1204, quando i crociati occidentali presero e saccheggiarono Costantinopoli e vollero rimpiazzare la gerarchia ortodossa con quella latina (l’imperatore e il patriarca di Costantinopoli dovettero andare in esilio a Nicea). Nel XX secolo le due Chiese si sono reciprocamente riscoperte e avvicinate: i tre incontri fra il Patriarca Atenagora di Costantinopoli e il Papa Paolo VI sfociarono nel 1965 nella rimozione delle scomuniche del 1054. Da allora si sono tenuti molti incontri bilaterali di teologi responsabili delle due Chiese.

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L’ICONA

I nostri Santi Patroni (Anna e Gioacchino) sono rappresentati in un ICONA. Sappiamo cos’è un ICONA?

Dal greco eikon, “immagine”. Le icone sono rappresentazioni di Cristo, della Vergine e dei santi. Sono più di semplici immagini di devozione, soprattutto per le Chiese Orientali, dove l’iconografia è una realtà teologica.

L’iconoclasmo venne condannato come eresia nel settimo concilio ecumenico (Nicea, 787). Esso rifiutava la legittimità delle immagini di Cristo, pur non negando l’incarnazione del Figlio di Dio. L’icona non rappresenta Dio nella sua essenza poiché essa è invisibile e inaccessibile alla ragione umana, ma rappresenta Cristo, vero Dio e vero uomo, “l’immagine di Dio invisibile” (Col 1,15).

Sulle icone figura Cristo sotto il suo aspetto umano, ma questo è il Dio eterno, il Verbo e la sapienza del Padre. “Il Verbo non rappresentabile del Padre si è reso rappresentabile incarnandosi in te, Madre di Dio; egli ha ristabilito nella sua dignità originaria l’immagine sfigurata e l’ha unita alla Bellezza divina” (Kondakion della domenica dell’Ortodossia, prima domenica di Quaresima che commemora il concilio di Nicea e il trionfo dell’Ortodossia sull’iconoclasmo).

La venerazione delle icone non viola assolutamente il secondo comandamento del decalogo, che vieta la rappresentazione di Dio e l’adorazione delle immagini. L’icona non rappresenta direttamente la divinità, ma il Figlio di Dio fatto uomo. La venerazione delle icone non è un’adorazione; non è rivolta all’immagine, ma risale all’archetipo.

Secondo la tradizione orientale, la prima icona di Cristo, il Mandylion, è stata fatta da Cristo stesso e non da mano d’uomo. Si tratta dell’impronta del viso di Cristo su un lenzuolo. La tradizione popolare attribuisce icone della Vergine anche all’evangelista Luca.

L’iconografia possiede le sue regole, i suoi canoni. E’ vietato, ad esempio, rappresentare Dio Padre, che nessuno ha mai visto. Ma il suo obiettivo è la rappresentazione della persona già trasfigurata, trasformata, illuminata, sull’esempio di Cristo sul monte Tabor.

La luce dell’icona non proviene da un punto preciso, ma è tutta l’immagine a essere luminosa, per cui mancano volutamente le ombre. La rappresentazione di edifici o oggetti sull’icona non è realistica. Sono piccoli e spesso sproporzionati perché non devono distogliere l’attenzione di chi prega davanti all’icona, ma permettergli di concentrarsi sull’oggetto principale, Dio Verbo o i santi che, con la grazia dello Spirito, si sono divinizzati e trasfigurati seguendo Cristo.

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RICONCILIAZIONE

(Abbiamo aggiunto al nostro Centro Ecumenico: “per la RICONCILIAZIONE”. Vogliamo, quindi esaminare oggi questo termine).

Per noi cattolici e per gli ortodossi la riconciliazione è un sacramento che suppone la presa di coscienza di una rottura con Dio (peccato), l’espressione del proprio rammarico accompagnata dalla volontà di riparare e di non ricadere nella stessa colpa.

Per riconciliarsi bisogna confessare i propri peccati al sacerdote, che ha il potere di rimetterli mediante l’assoluzione. Nella Chiesa dei primi secoli questo sacramento poteva essere amministrato una sola volta nella vita. I peccatori che volevano riconciliarsi con Dio e con la Chiesa dovevano sottoporsi a lunghe penitenze, pregare, digiunare, lasciare temporaneamente il lavoro e il coniuge.

Per espiare le proprie colpe erano esclusi dall’eucarestia e potevano essere riammessi nella comunità solo in occasione delle celebrazioni del Giovedì santo.

A partire dal VII secolo viene introdotta una nuova forma di penitenza ripetibile. Si confessano in segreto le proprie colpe a un sacerdote, che commina una penitenza proporzionata ai peccati commessi.

La pratica abituale della confessione, con l’accusa dei peccati e l’assoluzione prima dell’esecuzione della penitenza imposta, risale al XII secolo.

A partire della Riforma i protestanti riconoscono solo i sacramenti attestati dalle Scritture, cioè il battesimo e la cena. Tuttavia i riformatori danno molta importanza alla confessione dei peccati privata e comunitaria. Martin Lutero si accosta al sacramento della penitenza durante tutta la sua vita.

Il suddetto sacramento viene amministrato abitualmente anche in certe parrocchie anglicane, ma si ritiene sufficiente per la remissione dei peccati chiedere perdono a Dio confessandoli a un fratello o a una comunità di fedeli.

Dopo, il concilio Vaticano II la Chiesa cattolica romana, ha introdotto varie forme di celebrazione del sacramento della riconciliazione. Può essere amministrato individualmente o collettivamente a molti penitenti, dopo una confessione e assoluzione individuale, o anche, in circostanze eccezionali, mediante confessione e assoluzione collettive.

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ORATORIO

QUESTE LE ATTIVITA’ DALL’ORATORIO 2018/19

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ECUMENISMO

Abbiamo pensato di dedicare uno spazio, nel SITO della Parrocchia, alla “cultura cristiana” . Cosa pensate?

Ci sono molte parole che sentiamo, alle volte usiamo, e non conosciamo bene il loro significato.

Aiutiamoci a comprendere PAROLE ESSENZIALI , per capire bene o meglio, il cristianesimo.

Oggi approfondiamo la parola ECUMENISMO. La nostra Parrocchia è anche un Centro Ecumenico. E’ giusto che conosciamo bene questo termine.

 

ECUMENISMO  

 

Ecumenico, dal greco oikoumene è un aggettivo associato al Patriarcato di Costantinopoli. Invece “Ecumenismo” è un termine moderno che indica i tentativi di riunione dei cristiani che sono iniziati ad Edimburgo nel 1910. Oggi il termine viene inteso in un senso molto ampio, comprendendo il dialogo fra le Chiese cristiane, e i tentativi di avvicinamento fra Ebraismo, Cristianesimo e Islam.

Nel 1948 ad Amsterdam è stato creato il Consiglio ecumenico delle Chiese. Questo Consiglio riunisce praticamente tutte le Chiese protestanti (tranne alcune Chiese fondamentaliste), le Chiese cattoliche e la maggior parte delle Chiese ortodosse.

Nel Concilio Vaticano II, la Chiese cattolica si è impegnata nel movimento ecumenico con una decisione, che Giovanni Paolo II ha definito irreversibile.

Papa Giovanni XXIII creò il Pontificio segretariato per l’unità dei cristiani. Paolo VI lo rese permanente e Giovanni Paolo II lo denominò Pontificio consiglio, diventando l’organismo mediante il quale la Chiesa cattolica continua a essere impegnata con l’insieme delle Chiese cristiane.

La Chiesa cattolica è in stretto rapporto con il Consiglio ecumenico delle Chiese, soprattutto attraverso la partecipazione di teologi cattolici alla commissione “Fede e costituzione”.

Ogni anno, nel mese di gennaio, una settimana di preghiera per l’unità riunisce in una supplica unanime molti fedeli di tutte le comunità cristiane. Traduzioni ecumeniche della Bibbia sono state pubblicate in varie lingue.

Papa Paolo VI, nella enciclica Ecclesiam suam, fa capire che la Chiesa non può vivere senza dialogo interno ed esterno. Egli istituì un Segretariato (oggi Consiglio) per il dialogo interreligioso  e un altro per il dialogo con gli agnostici e gli atei. Così l’ecumenismo dei cristiani serve da modello a un ecumenismo più ampio che aspira a raggiungere tutta l’umanità nell’organizzazione mondiale della pace.

Dati presi dal DIZIONARIO DEI MONOTEISMI (2005)

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